Lea Vergine
Lea Vergine (nata Lea Buoncristiano, Napoli 1936 – Milano, 2020) è stata, a partire dagli anni Sessanta una delle voci più significative, autorevoli e indipendenti come critica e storica dell’arte, e curatrice di mostre presso gallerie private e istituzioni pubbliche.
Come saggista e giornalista, ha svolto una ininterrotta attività iniziata, nel 1957, su quotidiani partenopei e proseguita via via su un numero sempre maggiore di quotidiani, di riviste di cultura e società ma soprattutto di riviste di settore di cui fu chiamata anche a progettare e dirigere primi numeri.
Sposata dapprima con Adamo Vergine, di cui mantenne il cognome dopo la separazione, nel 1964 conobbe il designer e architetto Enzo Mari e nel 1966 si trasferì a Milano.
In continuo contatto con il mondo artistico e intellettuale dell’epoca, fin dagli anni Sessanta è stata curatrice di numerose mostre, le più recenti e note delle quali sono Irritarte, Milano, Galleria Milano, (1969), L’altra metà dell’avanguardia, Milano, Palazzo Reale; Roma, Palazzo delle Esposizioni; Stoccolma, Kulturhuset (1980-1981), Arte cinetica e programmata, Milano, Palazzo Reale, (1983-1984); Carol Rama, Milano, Sagrato del Duomo (1985); Geometrie Dionisiache, Milano, Rotonda della Besana (1988); Quando i rifiuti diventano arte / Trash“, Musei di Trento e Rovereto (1997-98) D’Ombra, Siena, Museo Palazzo delle Papesse, Museo di Nuoro, Museo Compton Verney, England (2006-2007), e Un altro tempo. Tra decadentismo e modern style, Rovereto, MART (2012-2013).
Lea Vergine ha dato un contributo fondamentale agli studi sul ruolo delle artiste negli sviluppi delle avanguardie del Novecento, sull’estetica della crudeltà, e sull’arte performativa e di comportamento; fondamentali i suoi studi sulla Body Art su cui pubblicò nel 1974 il “libro-culto” Il corpo come linguaggio. La Body art e storie simili (Prearo Editore).
Riconoscendo i meriti della sua lunga carriera di critica e curatrice, nel 2013, l’Accademia di Belle Arti di Brera conferì a Lea Vergine il Diploma Accademico Honoris Causa in Comunicazione e Didattica dell’arte e il titolo di Accademico d’Italia.
Il suo archivio professionale, donato ad APICE, documenta capillarmente, e nella sua interezza, il suo percorso critico sessantennale, permettendo di seguire lo sviluppo dei suoi progetti espositivi e editoriali dal 1952 all’anno della sua morte.