In occasione del Seminario “Alberto Vigevani: una vita da editore.
Il Polifilo tra libri di cultura e di immagini” – Milano, 30 ottobre 2018

Il critico letterario Cesare Segre, alla domanda di quale sia stato il campo in cui Alberto Vigevani ha dato il meglio rispondeva: “Dava il meglio in se stesso. Era lui un piccolo capolavoro”. Nel 1959 all’attività letteraria e di librario antiquario, affiancò quella di editore, fondando le Edizioni Il Polifilo. Da un’intervista a suo fratello Paolo, leggiamo che l’idea era quella, come amava ripetere Alberto Vigevani, di “costruire carrozze in un mondo di utilitarie”.

In quale delle sue vocazioni/attività ha “rischiato” di più – secondo lei – in termini di credibilità, e in termini economici? Perché è questo fattore di rischio – di sfida nel tenere in armonia ad alti livelli lo scrittore, il libraio e l’editore – che credo rappresenti uno degli elementi più affascinanti e rari della figura di suo padre.

Mio padre era un umanista, non a caso uno dei suoi modelli fu il “banchiere umanista” Raffaele Mattioli, molto più anziano di lui ma con cui aveva un rapporto quasi filiale. Questa poliedricità di vocazioni rispondeva quindi a questa sua natura, per dirla con Cesare Segre.

La sua prima attività è stata senz’altro quella letteraria: cominciò da ragazzo come critico letterario, poi teatrale, iniziò a scrivere giovanissimo romanzi, e altro. Poi tutto si è venuto costruendo intorno ai libri, anche se sono convinto che se mio padre dopo la guerra e l’esilio in Svizzera – in un momento molto difficile quindi – non avesse dovuto mantenere la famiglia, sarebbe diventato professore universitario di letteratura francese e scrittore, le sue due passioni.

La vita lo ha invece portato a diventare libraio antiquario e poi anche editore. Le due attività erano molto intrecciate: quella di editore venne dall’amore per certi libri antichi e dal desiderio di fornire edizioni critiche molto curate, dal punto di vista estetico e filologico. In questo si sentiva molto diverso da editori esclusivamente estetizzanti, come Franco Maria Ricci, che stampavano libri bellissimi ma raramente utilizzabili in ambito universitario. Le edizioni de Il Polifilo avevano un intento di studio e venivano richieste in tutte le università dove si studiasse architettura, teatro o bibliologia. Venuti a mancare i committenti, dopo quasi sessant’anni di attività, la casa editrice ha chiuso, lo scorso anno. Se economicamente quindi, è nella casa editrice che mio padre ha rischiato di più, certamente quello su cui ha giocato la sua vita è stata la scrittura.

Da dove, e come è nata, l’intuizione della necessaria valorizzazione delle letterature cosiddette minori, ad esempio quella tecnica o artistica, o della vita rustica, come testimoniano alcune collezioni quali i “Trattati di architettura”, i “Documenti sulle arti del libro”, la raccolta di antichi testi tecnici in facsimile con apparati dei “Libri rari”? Rispecchiava degli interessi specifici che suo padre aveva?

Sì. Mio padre era un intellettuale un po’ atipico, molto più formato sulla letteratura francese che su quella italiana, e con interessi molto più ampi di quelli umanistici: è stato sempre appassionato di architettura, agricoltura, giardini. Aveva delle passioni non tipiche degli intellettuali della sua epoca: diceva che questi non sapevano distinguere un faggio da un pioppo! L’interesse per le arti, le tecniche, il teatro, il libro discendeva sia dalla sua educazione di librario antiquario (eccelleva nei settori dell’economia, medicina, e architettura), sia forse dall’esperienza mutuata qualche anno prima come amministratore delegato della casa editrice Ricciardi (dal ‘51), quando Mattioli decise di trasferirla da Napoli a Milano. Quella era una casa editrice di tipo letterario, composta da collane di classici della letteratura italiana, e molto altro: comprese da qui la necessità di differenziare la propria produzione editoriale.

Ha memoria di qualche aneddoto sul rapporto tra suo padre e le plurime vocazioni/attività a cui si dedicava? Di suo padre editore? Credo che la sua testimonianza, di qualsiasi tipo, possa essere un elemento estremamente interessante perché non reperibile altrove.

Da un certo momento in poi, mio padre divise la giornata così: trascorreva la mattina in libreria e casa editrice, il pomeriggio – dopo il sonnellino – a scrivere romanzi, la sera prima di cena, dedicandosi alle telefonate con gli autori.

In casa editrice era maniacalmente puntiglioso su tutto: insieme a mio fratello Paolo, che poi gli successe nella direzione, al suo grande amico bibliofilo, Lodovico Lanza, e a suo fratello Enrico, rivedeva tutti i testi degli autori. C’erano lunghissime discussioni sui minimi dettagli dei loro testi, perché mio padre teneva molto alla chiarezza, e siccome molto spesso i grandi accademici italiani scrivevano in maniera oscura, lui glieli faceva riscrivere molte e molte volte. Credo che anche Paola Marini, una delle sue più giovani autrici, possa dare testimonianza di questa sua forte attenzione alla chiarezza del testo, alla precisione. Naturalmente accadeva poi che, avendo a che fare con accademici e studiosi, i ritardi fossero infiniti. Questi libri diventavano delle vere e proprie persecuzioni: ricordo su tutti un’edizione italiana del De re aedificatoria di Leon Battista Alberti, che doveva realizzare il professor Giovanni Orlandi di letteratura latina, e che andò avanti per anni e anni. Ad un certo punto mio padre gli disse, tale era la sua determinazione a vedere completata l’opera, “vieni prima a mangiare da noi, poi in casa editrice, così ti controllo!”.

Spesso c’erano ritardi e rincorse disperate. Il caso più famoso in questo senso fu il grande volume sul cimitero ebraico di Venezia , nel quale il libro ritardò talmente tanto, che nell’attesa morivano man mano i coautori, così ad un certo momento si iniziò a pensare fosse un libro che portava sfortuna!

Ci sono altri casi in Italia o in Europa di librai antiquari-editori-scrittori? Di librai antiquari-editori c’è almeno Olschki di Firenze, ma non è anche autore. Cosa pensava di Olschki Alberto Vigevani, aveva rapporti con altri librai-antiquari europei? Quali?

Credo si conoscessero senz’altro! Gli anni formativi di mio padre si erano svolti a Firenze, ambiente in cui frequentava Carlo Emilio Gadda, Eugenio Montale, Alessandro Bonsanti e molti altri, fino al ’43, e poi fino all’ esilio in Svizzera. Olschki era già in amicizia con Bonsanti, e il gruppo del Gabinetto Viesseux.

Svolgere i tre mestieri però – c’è da dire – aveva anche danneggiato mio padre. Una volta fu addirittura espulso dal Sindacato Nazionale Scrittori, dominato da scrittori di terz’ordine come accade oggi, perché essendo anche editore rappresentava il “padronato”. Il fatto di essere un piccolo imprenditore lo aveva danneggiato! Aveva comunque molti rapporti con librai antiquari famosi, da Meggs e Quaritch a Londra, a Wahl a Parigi. Il francese Lucien Scheler forse, a ben pensarci, è uno dei pochi esempi illustri di poeta, a sua volta libraio antiquario, ed editore!

Qual è, se ce n’è una (non è obbligatoria ci sia), l’eredità che suo padre vi ha lasciato, nella concretezza della lavorazione editoriale odierna? C’è un “metodo”, o “un’anima” che da lui avete mutuato? C’è un’eredità che il suo lavoro vi ha lasciato?

L’eredità più immediata che ci ha lasciato è quella tendenza ad instaurare un rapporto fisico con i libri, ad annusarli, per esaminarne la carta, gli inchiostri. Lo ha anche teorizzato e scritto, il libro deve essere un’unità in cui tutto deve essere curato. In effetti nella mia attività questo aspetto, prima come editor di una casa editrice commerciale come Mondadori, poi da quando sono diventato agente letterario, è sempre stato centrale: la grande attenzione alla fattura dei libri, tanto più importante adesso, con gli e-book. Questo rapporto “totale” con il libro nel suo complesso l’abbiamo mutuato tutto da mio padre.

In un panorama editoriale come quello odierno, vasto e sconfinato, al limite del paralizzante per la proporzione di offerta libraria proposta, si può essere indipendenti dalle leggi del mercato senza andare incontro al gap di vendite?

Alberto Vigevani aveva sempre in mente che l’editore è anche mercante, e doveva avere un suo pubblico, che nel suo caso erano i committenti da un lato, e i clienti, ovvero studiosi e persone colte, dall’altro. Teneva in grande considerazione questo aspetto: non faceva libri perché restassero di nicchia. Oggi è più difficile di allora, ma mi sembra stia tornando l’attenzione alla qualità: basta osservare il lavoro che gli editori stanno realizzando sui tascabili, per migliorarne la grafica e l’aspetto complessivo.

Come giudica questo pubblico di lettori, in rapporto a dieci – venti anni fa? Com’è? Più difficile, più malleabile, semplicemente diverso?

Era un pubblico più elitario, attento alle recensioni, dotato di intellettuali guida, e recensioni come quelle di Pietro Citati o Claudio Magris, erano in grado di spostare parecchie copie. Oggi non è più così, ma in nessun campo: il fenomeno Chiara Ferragni è lì per dimostrare che la gente non segue più quegli intermediari tradizionali e autorevoli di un tempo.

Sempre più libri si acquistano online: c’è un futuro per le librerie? Come le immagina tra qualche decennio? Soprattutto voi che siete nati anche come librai, come vedete il futuro?

Credo sia importante la libreria, anche se molto acquisto oggi passa anche dall’online. L’esperienza libraria resta ancora piacevole, e a dimostrarlo per analogia mi pare ci sia un’inversione di tendenza che riguarda i centri commerciali, e la riscoperta del piacere di andare ad acquistare nei piccoli negozi. Le librerie che sopravviveranno alla desertificazione della grande distribuzione saranno diverse da quelle di prima. Immagino che la vecchia libreria disordinata di un tempo, con il libraio iper colto e solo nel destreggiarsi nel mare magnum di volumi, sia difficile da replicare: o sei Strand, o occorreranno in futuro librerie piacevoli, con una certa scelta di titoli, grande conoscenza del pubblico, in grado di offrire suggerimenti di lettura che non siano quelli che si possono comunemente trovare online.